"Qualche centinaio di criminali può essere messo in libertà, ma un solo uomo innocente non deve finire in prigione, perché questo trasformerebbe l'intero sistema legale in un sistema criminale" (Venkatraman Iyer)
Carlo potresti essere tu,
Carlo potrebbe essere tuo figlio,Carlo potrebbe essere il tuo migliore amico
che ti ha tirato su nei momenti più bui della tua vita. Far finta di nulla
vuol dire essere complici del dolore e di un crimine che continuerà a
ripetersi
Di certe storie si parla sempre troppo poco; e di questa poi in
particolare, che non è neanche facile da seguire, che è una storia
complicata, seppur cristallina nel suo orrore, con un sacco di date e nomi
da ricordare, non si parla più. In passato se ne è parlato si, ma di certo
non abbastanza, o non abbastanza da fare massa critica perché succeda
qualcosa. Dal 3 giugno 2005 Carlo Parlanti (nella foto) si trova
rinchiuso nel carcere di Avenal, California: è stato condannato per reati
che non ha mai commesso, accusato da una teste squilibrata, durante un
processo farsa. Possibile? Negli Stati Uniti? Nella land of freedom
che qualcuno, magari a capo di qualche quotidiano d’opinione di poche
pagine, considera tale? Si, possibile.
Carlo Parlanti nasce a Montecatini nel 1964, cresce in una famiglia come
tante altre, studia allo scientifico, poi, all’università, Fisica. A
venticinque anni è a Milano, a cercarsi un lavoro: è uno sveglio, che sa
studiare, e finisce che manda un curriculum ad un’importante
multinazionale alimentare, una di quelle oggi più osteggiate. In epoca
pre-global Carlo Parlanti ha bisogno di campare: e inizia a lavorare in
Nestlè, fa l’analista di sistemi e il project manager, si direbbe
oggi.
Fa carriera in fretta, si sposta spesso in giro per l’Europa, è uno a
cui quella vita piace, sempre in giro, mai un giorno uguale ad un altro. A
un certo punto cambia, di punto in bianco, così: è uno che dalla sera alla
mattina è capace di partire per l’America. E lo fa, nel 1996: prende e
parte, a quel punto non lavora già più in Nestlè, ma per la Dole: la
carriera va a gonfie vele. Oltre al lavoro, però, c’è un’altra passione
nella sua vita, le donne. Tante, con cui si lega per poche settimane o
qualche mese, per un paio d’anni o alcuni giorni. Comunque, tante: anche
da quel versante le cose non vanno affatto male, anzi, sembra una vita di
quelle da spot, vite in ordine, pulite, progettate per essere invidiate.
Sembra.
L’anno è il 2001: Carlo Parlanti conosce una donna, Rebecca McKay White.
Lei è del 1959, ha qualche anno in più, e li dimostra tutti, si conoscono
ad aprile, lavora in una gioielleria dove Carlo Parlanti va a cambiare la
pila dell’orologio. Sono proprio i mesi vicini all’undici settembre quelli
in cui i due si conoscono meglio; a novembre Rebecca McKay White perde il
lavoro, è in un momento di difficoltà, in California c’è crisi, c’è paura
e c’è recessione. Soprattutto c’è una catastrofe dall’altro lato
dell’America che ha appena colpito tutto il pianeta. I due si spostano da
Monterey al Westlake Village, vicino a Malibu. Vivono sotto lo stesso
tetto, la casa di Carlo: i mesi passano, arriva un anno nuovo, il 2002.
L’estate del 2002 è il momento chiave: Carlo Parlanti ci pensa da un po’ a
tornare in Italia, a far fruttare l’esperienza americana, a spendere il
know-how acquisito nel grande gruppo internazionale. Oltretutto, è
stufo di Rebecca McKay White, non ce la fa più, vuole lasciarla: e tutte
queste cose, lui che è un tipo che sa ripartire da zero senza fiatare,
prende e le fa. Il 16 luglio 2002 la storia con Rebecca McKay White
finisce: come mai una data così precisa? Perché ci sono varie email
spedite ad amici, oltre alle dichiarazioni del processo, che lo
testimoniano. Rebecca McKay White viene “messa alla porta” da Carlo
Parlanti, che a quel punto ha praticamente deciso di mettere la parola
fine all’avventura oltreoceano.
Due giorni dopo, il 18 luglio 2002, la donna che ha appena lasciato,
sporge denuncia contro di lui: racconta di una notte in cui Carlo Parlanti
l’avrebbe prima sequestrata, poi picchiata, in seguito sodomizzata
costringendola a praticare del fist fucking, e infine, dopo averla
legata con delle fascette di plastica, violentata ripetutamente. Accuse
gravissime, accuse che meriterebbero indagini approfondite, perizie,
testimoni; in una parola, prove.
Ad agosto Carlo Parlanti torna in Italia: sarà libero e ignaro della
vicenda fino al mese di luglio del 2004, quando verrà fermato
all’aeroporto di Düsseldorf, dove scoprirà un mandato di cattura
internazionale col suo nome sopra.
DUE ANNI DI BUIO
Cosa succede dall’estate del 2002 all’estate del 2004? Due anni di
blackout, due anni in cui Carlo Parlanti torna a lavorare in Italia e in
Europa, a fare quello che faceva prima. E Rebecca McKay White? Negli Stati
Uniti, ad aspettare. Ad aspettare che, complice un giro di vite
californiano riguardo ai reati a sfondo sessuale, Carlo Parlanti torni
negli states, ma da imputato. Ad aspettare di potersi godere per il resto
dei giorni una vendetta per essere stata scaricata, che le concederà anche
una piccola “pensione” vitalizia in quanto vittima di violenza sessuale.
Peccato che non sia accaduto nulla del genere, che le violenze restino
presunte e senza prove, ma lo vedremo meglio successivamente. Proseguiamo
con ordine: dopo essere rimasto per circa un anno incarcerato in Germania,
dall’estate del 2004, alla primavera del 2005, senza che ci fossero prove,
evidenze, fatti, che giustificassero il suo fermo, viene estradato. Questo
malgrado il suo legale in Germania, Franzisca Lieb, cerchi di portare
avanti ricorsi su ricorsi riguardo alla patente inammissibilità
dell’estradizione, e lo stesso faccia anche Cesare Bulgheroni, il legale
italiano di Carlo Parlanti, che tenta un ricorso presso la Corte Europea
dei Diritti dell’Uomo, sempre per violazione dei trattati internazionali
di estradizione. Senza successo.
Il 3 giugno 2005 il manager sempre in giro per il mondo, sempre pieno di
donne, uno che ancora un po’ non sa neanche come ci è finito in quella
cella a Düsseldorf, si trova impacchettato su un aereo, destinazione,
California.
IL PROCESSO
Trasferito da Düsseldorf a Ventura, in California, Carlo Parlanti si
trova a vedere istruito contro di lui un procedimento penale. Il processo
produrrà una serie inimmaginabile di prove create dal nulla, - a volte
comparse direttamente, come nel caso delle foto, su richiesta del district
attorney - di testimonianze ritrattate e confuse, di accuse prive di
fondamento e indimostrabili. Nel dettaglio; il procuratore distrettuale
parla di Carlo Parlanti, il project manager in giro per il mondo,
uno che viaggia in continuazione, uno pieno di donne, come un delinquente.
Si parla di precedenti penali per rapina a mano armata, violenze
assortite, tutti reati commessi in Italia;
peccato che l’estratto della fedina penale del Parlanti sia lindo, pulito,
come un lago senza fango, direbbero in un film agghiacciante almeno
quanto questa vicenda. E’ solo l’antipasto: una delle dichiarazioni più
incredibili di Rebecca McKay White, riguarda l’alcool che Carlo Parlanti
avrebbe ingerito, prima di abusare di lei, nella notte del 29 giugno.
Quattro litri di chardonnay in circa cinque ore; una quantità che
l’avrebbe portato alla morte, visto che comporta un BAC – il blood
alcool content - di circa 0,63, ed il coma etilico sopraggiunge già
intorno a 0,40. Fosse la sola dichiarazione assurda: Rebecca McKay White
in precedenza aveva già ritrattato la data della violenza, passando dal 6
luglio al 29 giugno 2002 - evidentemente per guadagnare qualche giorno -
allo scopo di giustificare l’assenza di ematomi visibili, ed il non poter
essere oggetto di un med-legal, l’esame ginecologico cui vengono
sottoposte le vittime di violenze sessuali.
Già, perché riguardo alla notte del fist fucking, Rebecca McKay
White racconta di un’emorragia fortissima in seguito al braccio che Carlo
Parlanti le avrebbe prima infilato a pugno chiuso nella vagina, e poi, con
il palmo della mano aperto, nel retto. Un’emorragia che, sempre secondo
Rebecca McKay White, aveva lasciato tracce nel letto, chiazze di sangue
che erano passate attraverso le lenzuola fino a inzuppare il materasso.
Superfluo dire che al momento delle denuncia, la polizia si reca in casa e
non trova nulla. Trova l’ordine, trova il letto rifatto, trova la vita da
spot di Carlo Parlanti. La parete di cartongesso contro la quale Rebecca
McKay White dichiara di essere stata sbattuta con il viso per decine di
volte, perfettamente integra, è tutto perfettamente in ordine. Nessuno ha
visto operai o qualcuno che possa avere effettuato delle riparazioni.
Carlo Parlanti nel frattempo è altrove, sempre negli Stati Uniti, a
Gulfport, nello stato del Mississippi. Non sa nulla.
La donna già in passato, in occasione del divorzio dal primo marito, aveva
manifestato segnali di instabilità psichica, ora durante il processo,
ammette candidamente di avere problemi con la memoria a breve termine, il
che torna utile, se si deve giustificare davanti ad un avvocato, davanti
ad una corte, ad una giuria, come mai si è voluto ritrattare,
anticipandolo di una settimana, il giorno più traumatico della propria
vita. Ricordate? Dal 6 luglio, al 29 giugno del 2002. Difficile
confondersi, tanto più se si presenta la denuncia per i fatti il giorno 18
luglio. In un lasso di tempo tanto breve, una settimana è un bel po’ di
tempo, per confonderne una con un’altra; una settimana come centinaia di
altre, con una nella quale si hanno subito violenze raccapriccianti.
LE FOTO
Una delle prove più sconvolgenti, presentate da Rebecca McKay White, e
incredibilmente ritenute valide, sono le due foto in cui è ritratta con un
vistoso ematoma in corrispondenza dell’occhio sinistro. E’ una foto che
compare dopo anni dalla denuncia, dopo tre anni, in pratica su richiesta
del district attorney: ed è un falso. E’ un falso che però
risulterà decisivo per la condanna di Carlo Parlanti. Perché è un falso?
Bisogna osservare, neanche troppo accuratamente, le due immagini,
quelle presentate dopo tre anni, quelle con l’occhio sinistro macchiato da
un livido bluastro, e un’altra immagine, scattata dalla polizia di Ventura
in occasione della denuncia, il 18 luglio 2002. La stessa persona, che
però presenta qualche anno di differenza, un taglio di capelli diverso, la
pelle più liscia. Non solo: in sede dibattimentale Rebecca McKay White
sostiene di essersi scattata quelle foto nel bagno della casa di Carlo
Parlanti, seduta sulla toilette. Purtroppo la memoria – in fondo l’aveva
dichiarato, di avere problemi con la memoria a breve termine… - le gioca
uno scherzo:
il bagno di Carlo Parlanti è tinteggiato di giallo. Le foto presentate
da Rebecca McKay White, scattate con una compattina usa e getta, hanno uno
sfondo bianchissimo con riflessi azzurri. Nonostante sia evidente si
tratti, si, della stessa persona, ma in anni e luoghi differenti –
dettagli da niente, per una prova di reato… – rispetto a quelli dove fu
commessa la presunta violenza, incredibilmente viene emessa una condanna
contro Carlo Parlanti.
LA CONDANNA
Sono nove gli anni di reclusione cui viene condannato Carlo Parlanti.
Da scontare nel penitenziario di Avenal (nella foto), dove le cose
si mettono, prima ancora che male, peggio: viene coinvolto in una rissa,
non si sa come, ma contrae l’epatite C. Soffre di piorrea, perde i denti.
Reagisce male, come reagisce un innocente in galera senza un motivo.
Da tempo sono attivi un sito,
www.carloparlanti.it
che si occupa nel dettaglio di questa allucinante vicenda, ed
una petizione per fare chiarezza su una storia complicata, come si
diceva all’inizio, difficile da seguire, con un sacco di date e di luoghi
da ricordare; e di cui ci si sta dimenticando un po’ troppo rapidamente.